«Ancora non ce ne siamo resi conto. Se pensassimo che si è trattato di un fatto realmente accaduto, non potremmo sopportare il peso di questa tragedia. Loro erano la nostra seconda famiglia». Mariangela Cara esprime i suoi sentimenti con un sorprendente, larghissimo sorriso, sospeso fra la persistente incredulità e una raggiunta serenità spirituale. Sembra proprio che, per lei, Alessandro Ricchi, Antonio Carta e Gianmarco Pinna non siano mai morti. Che quel Cessna in volo da Roma a Cagliari, il 24 febbraio del 2004, non si sia mai schiantato sui monti di Burcei, uccidendo tre membri di un'èquipe di cardiochirurgia dell'ospedale Brotzu e i piloti Helmut Zurner, Thomas Giacomuzzi e Daniele Giacobbe.
«Quei medici li conoscevo tutti», ricorda la donna, «perché mio marito era stato il primo paziente, nel 1991, ad affrontare un trapianto di cuore per mano del dottor Ricchi, poi diventato responsabile del reparto di cardiochirurgia. Erano persone splendide, indimenticabili. Hanno assistito moralmente me e mio marito in tutte le fasi del trapianto, e con loro avevamo costruito un rapporto meraviglioso».
La cappella dell'ospedale Brotzu è ormai vuota: la messa di commemorazione dei sei uomini, morti mentre trasportavano da Roma a Cagliari un cuore che avrebbe dovuto restituire la vita a un paziente bisognoso di trapianto, è appena finita. Il sacerdote che officiato il rito in corrispondenza del terzo anniversario della tragedia, don Sergio Pintus, ha deposto una corona ai piedi della stele commemorativa collocata nel cortile del nosocomio. I parenti delle vittime non hanno partecipato alla funzione.
Mariangela Cara, dal canto suo, continua a parlare con grande coinvolgimento, ma senza tradire il benché minimo segno di tristezza: il sorriso stampato sul suo volto, per nulla adombrato dalla malinconia o dal dolore del ricordo, non si spegne mai: «Il dottor Ricchi, uomo affabile e di grande sensibilità ancor prima che ottimo professionista, era la chioccia di Antonio Carta, il suo assistente», racconta, «molto giovane e simpatico. Antonio, ragazzo semplice e affettuosissimo, era come il prezzemolo: lo trovavi dappertutto. Ricchi se lo coccolava e se lo portava sempre appresso».
Come quella disgraziata mattina del 24 febbraio di tre anni fa, quando sul Cessna della morte, assieme al chirurgo e all'assistente, a completare l'èquipe medica c'era anche Gianmarco Pinna, il perfusionista. Ossia l'incaricato di conservare in perfetto stato, durante il trasporto, il cuore destinato al trapianto: «Anche lui era molto giovane», continua Cara, «un ragazzone alto, bello e con gli occhi celesti. No, non può essere che tutte queste persone non ci siano più».
Don Sergio Pintus, durante la messa, aveva definito i sei uomini a bordo del Cessna come «degli eroi e dei martiri, che hanno dimostrato grande spirito di sacrificio e amore per la vita. Non c'è amore più grande, infatti, di quello donato da colui che ha dato la sua vita per salvare i propri fratelli». Ricordando l'umanità di Alessandro Ricchi e dei suoi assistenti, il sacerdote ha poi sottolineato l'importanza «del rapporto positivo che si deve instaurare fra medico e paziente. Seguendo l'esempio delle persone che qui oggi noi commemoriamo, i medici devono prendersi cura non solo del malato, ma anche e soprattutto dell'uomo».
Infine, un invito esplicito agli artisti sardi: «Bisognerebbe dare vita a un'opera d'arte, da sistemare all'interno dell'ospedale, che con la forza delle immagini possa rievocare la tragedia e far vibrare l'emozione del ricordo. Potrebbe trattarsi di una scultura, di un rilievo o di un quadro».
La proposta trova il consenso di Giampiero Maccioni, presidente dell'associazione Sarda Trapianti, al quale quella lapide austera e un po' anonima piantata nel bel mezzo del giardino del Brotzu proprio non piace: «E soprattutto non basta», sottolinea, «perché il dottor Ricchi e i suoi compagni di sventura meritano di essere ricordati con qualcosa di più che un cippo sul quale sono scritti i loro nomi. Mi piacerebbe che Pinuccio Sciola, ad esempio, fosse coinvolto nella realizzazione di una grande scultura commemorativa».
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A onor del vero un piccolo tributo, anche se rivolto specificamente al cardiochirurgo Alessandro Ricchi, all'interno dell'ospedale già c'è. Per vederlo basta salire al quarto piano e sostare all'ingresso del reparto di cardiologia: alla parete è attaccato un bassorilievo che ritrae un uomo assorto, pensoso, quasi trasognato. Le sopracciglia aggrottate. La mano sinistra portata al mento, in atteggiamento riflessivo, e la bocca chiusa. Un'immagine che suggerisce grande pacatezza e compostezza: «È la rappresentazione del carattere di Ricchi», conferma Maccioni, «che io ho conosciuto bene: nel 1996, infatti, fu proprio lui ad aprirmi il petto per impiantarvi un nuovo cuore. Aldilà di ogni retorica, era veramente una persona fuori dal comune: a tutt'oggi, lo considero il mio secondo padre».
Il presidente della Sarda Trapianti rispolvera un vecchio episodio per descrivere i modi e sottolineare la dolcezza di Alessandro Ricchi: «Dopo che subii l'operazione, lo vidi entrare nella mia stanza. Debole e dolorante, mi alzai dal lettino, immaginando che dovesse visitarmi. Lui invece, facendomi un gesto con la mano, mi invitò a stare seduto e, sorridendo, mi disse: “Non sono venuto a visitarla, volevo soltanto chiederle come stava”. Questo era il dottor Ricchi: uno che ti dedicava il suo tempo, un medico che si prendeva realmente cura del paziente. Rispettando appieno i dettami e i principi del giuramento di Ippocrate».
Fra l'altro, due anni dopo il trapianto di cuore, Giampiero Maccioni fu chiamato dallo stesso cardiochirurgo «in una stanzetta al settimo piano del Brotzu: lui, assieme ad altri medici, chiese a me e ad altri trapiantati di sensibilizzare la gente sul tema dei trapianti di organi, perché c'era poca disponibilità e poca attenzione da parte dei sardi. Così, nel 1998 nacque l'associazione di cui sono presidente». Attualmente, la Sardegna è la prima regione del centro-sud per il numero di donatori di organi: 23 per ogni milione di abitanti. «Un traguardo raggiunto anche grazie all'incessante attività di un'organizzazione onlus come la nostra».
Un'eredità (e un merito) che appartiene anche ad Alessandro Ricchi, Antonio Carta e Gianmarco Pinna.
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