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CUORE RIPARATO CON IL
TRAPIANTO DI CELLULE DEL MUSCOLO DI UNA COSCIA.
Eccezionale
intervento a Udine: cellule del muscolo di una coscia sono state
trapiantate nel cuore di un uomo colpito da infarto.
La nuova tecnica, ancora sperimentale, prevede il
prelievo di un pezzetto del muscolo della coscia che, una volta lavorato, viene trapiantato nel cuore dello stesso paziente, sulla
cicatrice lasciata dall' infarto. L' intervento, eseguito sei mesi fa,
punta a far crescere queste nuove cellule e far nascere nuovo tessuto
contrattile, come hanno spiegato i medici del Dipartimento di Scienze cardiopolmonari diretto da Ugolino Livi
che, insieme ad altri tre Centri italiani (Milano,
Treviso e Genova), fa parte di un più ampio studio multicentrico
internazionale. E tra pochi giorni, sempre a
Udine, un secondo paziente sarà trattato con la stessa metodica.
L' annuncio nel corso di un incontro scientifico,
presieduto da Fabrizio Bresadola, promosso per
celebrare il traguardo dei 1.000 trapianti di organo
(cuore, rene, pancreas e fegato) effettuati in Friuli Venezia Giulia,
insieme ai 20 anni del primo trapianto di cuore, eseguito a Udine il 23
novembre del 1985. La manifestazione rientra nelle celebrazioni per
ricordare il primo cuore nuovo italiano, il 14 novembre del 1985:
esattamente venti anni dopo a Padova sono previste iniziative scientifiche
e sociali che mirano a parlare agli italiani di donazione degli organi e
trapianti. "Festeggiamo ventanni dal primo
trapianto di cuore eseguito ad Udine con una nuova sfida - dice Ugolino Livi - che rappresenta anche il primo passo verso una
concezione innovativa dei trapianti: domani gli organi solo danneggiati
potrebbero essere prelevati, aggiustati e nuovamente impiantati nei
pazienti. In questo modo gli organi da donatore - aggiunge Livi - potranno essere utilizzati in quei pazienti che
non hanno altre chance terapeutiche".
Il primo passo è già stato compiuto. "Sei mesi fa - prosegue Livi - abbiamo trattato un uomo che aveva subito un
infarto con una doppia tecnica: contemporaneamente alla seduta operatoria
con by-pass e metodiche tradizionali, abbiamo
adottato anche questa via innovativa, impiantandogli cellule prelevate
dalla sua stessa coscia. Abbiamo prelevato da un muscolo della coscia un
piccolissimo frammento, ricco di cellule chiamate mioblasti.
Questo campione è stato inviato ad un laboratorio specializzato di Boston,
dove le cellule sono state adeguatamente lavorate e rese
iniettabili con una siringa. Tre settimane dopo Boston ci ha fatto riavere
le siringhe e, nella seduta operatoria tradizionale, abbiamo iniettato le
cellule della coscia sulla parete del cuore, nella zona resa necrotica
dall'infarto e ormai cicatrizzatasi. Abbiamo quindi trapiantato sul cuore
cellule prelevate dalla coscia dello stesso paziente. Queste cellule
sembrano sopravvivere, moltiplicarsi e collegarsi fra loro - aggiunge - in
modo da creare un nuovo tessuto contrattile e, quindi, andare a sanare
quella parte morta, necrotica a seguito dellinfarto.
A giorni - prosegue Livi - sottoporremo il
paziente a una nuova visita e, a breve, un altro
uomo subirà lo stesso intervento. Il medico e la sua equipe si dicono molto
orgogliosi di far parte di questo studio multicentrico
mondiale. Ci sembra il modo migliore per onorare i festeggiamenti di questi
giorni in Friuli Venezia Giulia. Siamo una regione dai piccoli numeri per
quanto riguarda la demografia - riflette Livi -
ma dai grandissimi numeri in termini di donazioni e di trapianti. Se è
stato possibile raggiungere questi risultati fino ad oggi
è grazie alla cultura della donazione della popolazione di questa regione e
alla grande organizzazione sanitaria".
FONTE:AIDO NAZIONALE
UN ALTRO IMPORTANTE PASSO
NEL CAMMINO PER LA
RINASCITA DELLA VITA CON UN TRAPIANTO.
Soci e
pazienti dell’Associazione Sarda Trapianti
“ VITA NUOVA
Alessandro Ricchi” nel ringraziare la famiglia del
donatore degli organi è riconoscente per il grande risultato raggiunto
dalle due equipe mediche dell’Ospedale Brotzu ed
auspica il raggiungimento di sempre più avanzati progressi.
Un augurio al giovane
trapiantato per una pronta guarigione ed un gioioso reinserimento nella
vita quotidiana.
SARDEGNA OGGI
venerdì, 23 settembre 2005
Primo trapianto combinato Pancreas-rene
in Sardegna
Il primo trapianto combinato
pancreas-rene in Sardegna è stato effettuato
all'Azienda Ospedaliera Brotzu di Cagliari. Dopo
cinque ore di intervento il giovane che ha
ricevuto i due organi si trova in prognosi riservata nel reparto di
rianimazione. Dallo stesso donatore sono stati anche prelevati il fegato,
l'altro rene e il cuore, che sono stati dati a due pazienti di Torino e
Roma, che attendevano per l'operazione.
CAGLIARI - Dopo cinque ore di intervento chirurgico, questa sera alle 17, due
differenti equipe mediche dell'Ospedale “Brotzu”
di Cagliari hanno portato a termine il primo trapianto combinato
pancreas-rene in Sardegna su un ragazzo di 33 anni che ora si trova in
prognosi riservata che verrà sciolta non prima di 24-48 ore.
Si tratta del primo trapianto di questo tipo nell'Isola dopo
l'autorizzazione concessa dalla Regione Sardegna ad effettuare un
intervento combinato dei due organi. Il pancreas è stato trapiantato
dall'equipe medica guidata da Fausto Zamboni,
mentre il rene da quella coordinata da Mauro Frongia.
Il donatore è un ragazzo di 32 anni di Assemini deceduto in seguito alle conseguenze di un
incedente stradale risalente a due giorni fa. La grande
sensibilità dei familiari del giovane ha permesso non solo il trapianto
combinato pancreas-rene a Cagliari, ma anche di donare il fegato e il rene
ad un paziente del Centro Trapianti di Torno, del dott. Mauro Salizzoni, e il cuore ad un altro del San Camillo di
Roma.
Fabrizio Fois
Iglesias 23 Novembre 2005
Onorevoli Presidenti
dei Gruppi Consiliari
della Regione Sardegna,
BOZZA DI PROPOSTA DI LEGGE
Nuove
norme per le provvidenze a favore dei
TRAPIANTATI DI ORGANI E TESSUTI
Premessa.
“Le attività di
prelievo e di trapianto di organi, tessuti e
cellule sono una realtà sempre più significativa anche nella casistica di
questa regione.
I trapianti d’organo
rappresentano un attività clinica consolidata che
garantisce sopravvivenza e qualità di vita. Nel 2004 in Sardegna sono
stati segnalati 30 donatori per milione persone, con una tendenza
all’aumento che secondo le prime stime del 2005 collocherebbero la Regione al di sopra della media nazionale.” (Piano
sanitario Regionale in approvazione)




Dai dati delle tabelle si evidenzia come la
popolazione interessata al trapianto di organo non
riguarda il solo trapianto di rene ma si sono aggiunti i trapianti
cosiddetti “salvavita” che riguardano il cuore ed il fegato. Qui di seguito
riportiamo i trapianti, da cadavere, eseguiti in Sardegna dal 1993 al 2004:
RENE 473 80%
CUORE 104 17%
FEGATO(5 mesi di attività)
15 3%
TOTALE TRAPIANTI 592
I sussidi fin qui concessi, dalla normativa
corrente, ai pazienti nefropatici e trapiantati di rene non ha tenuto minimamente conto delle esigenze alquanto
vitali degli altri pazienti interessati da gravi patologie come le
cardiopatie e le epatopatie, dove il trapianto spesso
è l’unica terapia che consente la rinascita a vita nuova.
Da qui discende la improcrastinabile
ed urgente necessità di un intervento legislativo che estenda i sussidi
anche ai cittadini sardi che si trovano in analoghe condizioni e sono
costretti a mendicare una assistenza per realizzare il diritto sacrosanto
della salute.
La presente proposta dei malati tende perciò
ad esigere il soddisfacimento del giusto diritto, sancito dalla
costituzione, ed a realizzare una operazione di
giustizia nei confronti di persone deboli e talvolta senza voce.
Ci permettiamo perciò di suggerire al
legislatore regionale e per esso al Consiglio
Regionale della Sardegna, attraverso l’iniziativa dei gruppi consiliari,
una Modifica alla legge regionale 8
maggio 1985, n. 11: “Nuove norme per le provvidenze a favore dei
nefropatici” che includa tutti i pazienti.
Sulla falsariga della legge di cui al
precedente paragrafo presentiamo una bozza lasciando al legislatore la
stesura e la condivisione definitiva
IL PRESIDENTE
(Giampiero Maccioni)
OPUSCOLI CAMPAGNA NAZIONALE
2005/2006
http://www.daivaloreallavita.it/opuscolo_0506.pdf






Chirurgo dei
trapianti di fama internazionale, Ignazio R. Marino è il Direttore della
Divisione Trapianti e Chirurgia Epato-Biliare del Thomas
Jefferson University Hospital e Professore di
Chirurgia al Jefferson Medical College della Thomas Jefferson University.
Ad oggi, il Prof. Marino ha eseguito
personalmente più di 650 trapianti d’organo e ha pubblicato oltre 500
articoli scientifici e 3 libri. Arriva a Jefferson
dall’University of Pittsburgh Medical Center e
dall’Italia dove ha diretto l’ Istituto
Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione, nato dalla
joint venture fra l’University of Pittsburgh Medical Center e il Governo Italiano.
Il
libro del Prof. Marino offre una profonda
riflessione per la crescita della "nuova frontiera" della Sanità
con la riscoperta del rapporto medico-paziente:
Offro alcuni spunti di riflessione tratti dalla lettura del
testo.
Giampiero Maccioni
Credere nella scienza, nelle
opportunità di curare le malattie,di restituire la salute. Credere nella medicina come missione, nella quale il medico mette le
proprie competenze al servizio degli altri. Ma
anche credere in un Dio e nella possibilità di testimoniare la propria fede
nell'esercizio della professione medica. È possibile tenere insieme
tutto questo? E possibile credere e curare?
Ignazio R.Marino, da medico e da credente, si interroga sui limiti di una professione in piena
crisi d’identità. Stretta tra il dominio della tecnologia e la rigidità
delle regole di mercato, tra la perdila di umanità
nel rapporto con i pazienti e il peso dei grandi temi bioetici.
Come reagisce chi ha scelto di fare il medico per conoscere le malattie ma
soprattutto per volontà di impegno a favore del
prossimo? La fede può avere un ruolo e contribuire ad una svolta? Quale
futuro attende i medici di domani?
Tra
esperienze personali e riflessioni maturate in venticinque anni di lavoro
sul campo. in Europa e negli Stati Uniti, Marino guarda allo smarrimento che
sembra avere preso la medicina contemporanea. Un'incertezza che rischia di
snaturarne l'essenza, mettendo a dura prova anche il più
fedele dei seguaci di Ipocrate.
Credere e curare Pag.19
A New York, come a Boston o a San Diego, la giornata di un
medico inizia intorno alle sei del mattino con l'analisi di quanto è
accaduto durante la notte ai pazienti ricoverati. Si scorrono i dati
forniti dal laboratorio sul computer di casa mentre
si beve il caffè e si prendono le prime decisioni che saranno discusse poco
piú tardi alla riunione clinica del mattino.
Tutti intorno a un tavolo, i più giovani con fogli
pieni di appunti e ognuno, medici, infermieri, tecnici, con il proprio
punto di vista e la propria visione. Forse è il momento pi í intenso della
giornata. Poi si passa a un primo rapido giro in
reparto per vedere solo i malati piú gravi e
quindi in sala operatoria o in
ambulatorio,
secondo la
specializzazione. Il primo pomeriggio viene
sfruttato per le riunioni, dopodiché il vero giro
di visita e di seguito le attività di ufficio, un'occhiata alle e-mail e
più tardi, spesso, invece che leggersi un articolo scientifico ci si deve
occupare di amministrazione. Si spendono ore intere a riempire i moduli che
le assicurazioni private pretendono per rimborsare le parcelle
dell'ospedale. Ogni visita, procedura, terapia, deve essere documentata non
solo nella cartella clinica del paziente ma su
apposite schede verdi, le billing cards, che alla fine del mese vengono raccolte tutte
assieme e inviate all'ufficio che si occupa della contabilità. Almeno il venti per cento del tempo di una giornata lavorativa
di ogni medico viene speso in questo tipo di mansioni invece che in
attività clinica o scientifica. Alle sei di sera solitamente si stacca ma i malati continuano a essere monitorati dato
che i medici hanno ormai accesso alla cartella clinica elettronica dei
pazienti anche da casa, tramite una semplice connessione a ínternet.
Certo il rapporto del medico con
il paziente non ci guadagna dato che il tempo reale passato con ognuno di
loro non supera i cinque, al massimo dieci minuti
al giorno, e se i risultati clinici sembrano non risentirne troppo, il
contatto umano quasi scompare. I1 sistema è perverso.
Il rendimento
infatti non si valuta su quanti pazienti vengono curati e
guariscono, ma sul numero di cartoncini verdi che si consegnano
all'amministrazione alla fine del mese. Piú
numerose saranno le billing cards
accumulate e più saranno cospicui gli incentivi economici legati allo
stipendio, le promozioni, i fondi per la ricerca, ecc.
Nessuno si chiede come stanno i
pazienti, se sono guariti o se invece sono morti e alla fine chi si interessa di questi
«dettagli» sono solo i malati e
i loro familiari che, è comprensibile, non sviluppano un senso di empatia con questi medici, bravi ed esperti ma
umanamente distanti, e sono pronti invece a denunciarli non appena viene a
galla il benché minimo problema.
I1 rapporto tra il
medico e il paziente è praticamente inesistente ed è sorprendente come tutto questo abbia assunto ormai
una valenza positiva, soprattutto tra i piú
giovani i quali, data la carenza di modelli diversi a cui ispirarsi,
attribuiscono alla perdita di umanità e alla meccanicità
mascherata da ef-ficienza un valore aggiunto.
(La mia
esperienza personale di paziente, tranne quella particolarissima del mio cardiocardiochirurgo scomparso tragicamente, unita
alla conoscenza dei pazienti sardi ed italiani mi conferma con rammarico in
questa realtà spesso sottovalutata se non colpevolmente nascosta
...)
Ignazio R. Marino un chirurgo di fama mondiale, specialista in
trapianti d’organo. Formatovi all'università Cattolica di Roma, si è
trasferito,prima in Inghilterra c poi negli Stati
Uniti. Vive a Filadelphia
dove dirige il centro trapianti della Thomas Jefferson University.
Da molti anni è impegnato nella riflessione su medicina e bioetica scrive
su Repubblica e cura una rubrica mensile sull'Espresso.
Una nuova terapia per bloccare il rigetto dei trapianti
Roma, 21
aprile 2005
Pubblicati
su Transplantation i risultati di uno studio
condotto dai ricercatori dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che, per la prima volta, dimostra
i meccanismi e l'efficacia della fotoferesi, una
nuova terapia che attiva la tolleranza immunologica
contro il rigetto post-trapianto d'organo, alternativa all'uso dei farmaci
immunosoppressori, senza però compromettere la resistenza dell'organismo
alle infezioni.
La scoperta
apre nuovi scenari anche per pazienti affetti da patologie autoimmuni e per gli allergici.
È targata Ospedale
Pediatrico Bambino Gesù la scoperta del
meccanismo di attivazione della fotoferesi cellulare, un processo terapeutico in grado
di consentire all'organismo di chi riceve un organo, grazie a un trapianto,
di "tollerarlo" bloccando i possibili meccanismi di rigetto, fino
ad oggi arginabili solo grazie all'uso di farmaci immunosoppressori, dai
pesanti effetti collaterali tossici. Lo studio è pubblicato sull'ultimo
numero della prestigiosa rivista scientifica Transplantation.
Il trapianto consiste
nella sostituzione di un organo non più funzionante, perché distrutto da
una malattia o da una malformazione, con uno sano
ottenuto da un donatore. La differenza genetica tra il donatore e il
ricevente rimane ancora oggi un grosso problema. Solo se il donatore è
gemello identico del paziente, il trapianto attecchisce immediatamente. Ma
questo non si verifica nella stragrande
maggioranza dei pazienti che 'ricevono' un organo da un donatore. Trovare
un donatore identico (come se fosse un gemello) è estremamente
difficile, se non impossibile, per cui si cerca il donatore più
"compatibile", cioè geneticamente più simile al ricevente.
Tuttavia, il sistema immunitario riconosce anche la pur minima estraneità
dell'organo trapiantato e cerca di eliminarlo, causando talvolta il
drammatico evento del rigetto acuto e più frequentemente i sintomi
lentamente progressivi del rigetto cronico. E' per questo
che è necessario somministrare farmaci immunosoppressori, al momento
l'unico rimedio insostituibile per evitare il rigetto dell'organo
trapiantato. Gli immunosoppressori, che attualmente
devono essere somministrati per il resto della vita del 'ricevente', hanno
però anche effetti collaterali tossici, particolarmente pesanti nei
bambini.
L'Ospedale Pediatrico
Bambino Gesù - punto di riferimento a livello
internazionale per la salute dei bambini e dei ragazzi, in particolar modo
per quanto attiene i trapianti d'organo pediatrici - da qualche anno ha
iniziato a trattare i piccoli pazienti con la fotoferesi,
una terapia già sperimentata negli Stati Uniti sugli adulti nel trapianto
di cuore e rene. Questa metodica, nonostante l'efficacia, è ancora poco usata, perché, fino ad oggi, non erano
noti i meccanismi cellulari alla base degli effetti immunomodulanti.
In altre parole, sembrava funzionasse, ma non si sapeva bene perché. Lo
studio, condotto dai ricercatori e dai medici del Bambino Gesù, ha finalmente chiarito il mistero: la fotoferesi induce una situazione di tolleranza
immunitaria, cioè riduce la reattività del sistema
immunitario verso l'organo trapiantato, senza però influire sulla sua
capacità di resistere alle infezioni. Il meccanismo cellulare consiste
nell'aumento di una popolazione di cellule recentemente identificate e
chiamate cellule T regolatorie
(Treg). Le Treg si
trovano ad una frequenza molto bassa in tutti gli individui normali ed
hanno la funzione di mantenere la tolleranza, cioè
la non-reattività, contro i costituenti normali dell'organismo. Nel topo è
stata dimostrata la loro importanza nella modulazione del rigetto di
trapianto d'organo ed anche nel mantenimento della gravidanza, una
situazione nella quale il feto rappresenta il tessuto estraneo, diverso
(per il 50%) geneticamente dalla madre. Al contrario degli immunosoppressori,
che indeboliscono la funzione del sistema immunitario nel suo complesso,
contro il trapianto ma anche contro le infezioni, le Treg
non influenzano la difesa contro i germi patogeni, permettendo
all'organismo di continuare a reagire contro batteri e virus. Si aprono ora
importanti scenari sul ruolo delle Treg nelle
malattie autoimmuni e nelle allergie, due
condizioni che potrebbero beneficiare in futuro del trattamento con fotoferesi
ed essere positivamente influenzate dall'aumento della funzione inibitoria
delle Treg. Lo studio del Bambino Gesù dimostra per la prima volta che è possibile
modulare il numero e la funzione delle cellule Treg
nell'individuo trapiantato, usando la fotoferesi.
Sperimentazioni sono già in corso per stabilire le
modalità più efficaci di trattamento. Lo scopo ultimo della ricerca è di
capire se sarà mai possibile sostituire, o almeno
ridurre in maniera sostanziale, i farmaci immunosoppressori nei pazienti
trattati con la fotoferesi ed ottenere così una
tolleranza quasi fisiologica, che non comprometta le difese immunologiche, che sono la nostra "artiglieria
pesante" contro gli agenti infettivi, così pericolosi specialmente
dopo un trapianto. Il trattamento con la fotoferesi
è ben tollerato, i suoi effetti benefici si
mantengono per parecchi mesi e può essere ripetuto senza rischi.
A
U G U R I
di Buon Natale
e felice Anno 2006

"Gesù nacque a Betlem. Nell’albergo non trovarono un posto adatto. Sicché dissero di andare in aperta campagna, in una
grotta o in una capanna. Era una notte fredda. Gira di qua gira di là, trovarono una grotta abbandonata. V’era una
mangiatoia e della paglia.
don Lorenzo Milani
Gloria a
Dio nell'alto dei cieli
e PACE in terra
agli
"uomini di buona volontà"
ASSOCIAZIONE
SARDA TRAPIANTI
“Alessandro Ricchi”

Dott. Salvatore Ricca Rosellini
al centro



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